La furia dei prof. della Voce.info sulle fondazioni bancarie

Le fondazioni bancarie sono state definite dal Financial Times come “una importante parte regionale del controllo politico-economico del sistema sulle banche”. In effetti, le fondazioni dovevano uscire gradualmente dall’azionariato delle banche e non dovevano comunque utilizzare le loro partecipazioni come strumento di controllo. Ciò perché per costituzione hanno obiettivi distorti: essendo di emanazione politica privilegiano il controllo sull’efficienza. di Tito Boeri e Luigi Guiso
7 AGO 20
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Dopo l’analisi di Angelo De Mattia sul Foglio del 12 ottobre, pubblichiamo un intervento degli economisti Tito Boeri e Luigi Guiso sulle fondazioni bancarie che riprende un loro saggio su Lavoce.info, scritto dopo l’uscita di Alessandro Profumo da Unicredit, aggiornato con un commento sulle proposte di De Mattia.

Le fondazioni bancarie sono state definite dal Financial Times come “una importante parte regionale del controllo politico-economico del sistema sulle banche”. In effetti, le fondazioni dovevano uscire gradualmente dall’azionariato delle banche e non dovevano comunque utilizzare le loro partecipazioni come strumento di controllo. Ciò perché per costituzione hanno obiettivi distorti: essendo di emanazione politica privilegiano il controllo sull’efficienza. Se investite della scelta del management, possono preferire un manager arrendevole e ossequioso a uno competente e indipendente. Per le loro finalità istituzionali, le fondazioni dovevano investire le loro dotazioni in modo da contenere il rischio e massimizzare gli utili per renderli alle loro comunità in opere di pubblica utilità. Detengono invece portafogli concentrati aumentando il rischio dell’investimento e trasferendolo di fatto ai loro concittadini: è quanto è accaduto con la ricapitalizzazione di Unicredit. In cambio ottengono il potere di decidere la composizione dei cda e rimuovere manager, spesso perdendo di vista le finalità sociali e le stesse esigenze delle comunità locali.

Ad esempio, è singolare
che le fondazioni ampiamente rappresentate nel board di Unicredit (9 consiglieri su 23 sono di loro nomina) non abbiano trovato nulla da ridire quando è emerso che la banca aveva collocato un’enorme quantità di prodotti derivati presso piccoli e grandi enti locali, esponendo a gravi rischi i loro bilanci futuri. Peccato, perché la diversificazione avrebbe reso le fondazioni al contempo meno vulnerabili a una crisi che per lungo tempo è destinata a ridurre i profitti delle banche e in grado di allargare il proprio raggio di azione, sentendosi meno vincolate alla base locale tradizionale. Peccato, perché dare in gestione le banche (come qualunque impresa) a un manager compiacente significa anche darla a uno poco competente. A pagare saranno i cittadini che oggi i sindaci dicono di difendere.

La lezione da trarre dalla vicenda Unicredit
è che bisogna scrivere la parola fine sul controllo esercitato dalle fondazioni bancarie sulle maggiori banche italiane. Niente più posti da consigliere nei cda delle banche decisi dalle fondazioni magari al loro interno, niente più manager nominati e rimossi da organismi di stretta nomina politica. Affidino il ricavato dalla cessione di queste posizioni a dei gestori, come il resto della loro dotazione. La parola d’ordine deve essere diversificazione. Farà bene anche a loro, oltre che alle banche e al sistema delle imprese. Le banche rischiano di offrire dividendi molto magri per un periodo di tempo molto lungo. Se le fondazioni non diversificano il loro portafoglio, rischiano di finire dissanguate. C’è un modo molto più semplice e molto più efficace di quello proposto da De Mattia (ampliare le incompatibilità tra coprire incarichi nelle fondazioni e far parte dei cda delle banche) per affrontare questo problema. In sintesi: lasciamo che le fondazioni detengano tutte le partecipazioni che vogliono e dove vogliono, ma imponiamo che le fondazioni possano detenere solo azioni senza diritti di voto, pure azioni di risparmio. Non avendo diritti di voto esse non avrebbero vantaggi a detenere pacchetti concentrati e sarebbe loro interesse diversificare i propri portafogli. Questa dovrebbe essere l’unica incompatibilità rilevante: farebbe sì che alle banche arrivi capitale e alle fondazioni rendimenti maggiorati (le azioni di risparmio danno dividendi più elevati), senza intrusioni nella vita societaria.
di Tito Boeri e Luigi Guiso - www.lavoce.info